used to be one of the rotten ones I liked you for that.
<$ Di post più o meno sconclusionati ne ho iniziati e cancellati a migliaia, in questi giorni.
Oggi, per esempio, ho pensato di raccontare come e perché ieri è stata una giornata così, come del resto me ne capitano tante dato che il buon dio oltre che bella, simpatica e intelligente (troupe, vai con le risate registrate) mi ha fatta anche mentalmente instabile. Quando si dice i piccoli difetti trascurabili, eh?
Altre migliaia di volte ho pensato di mettere nero su bianco le miriadi di cazzate che mi stanno riducendo il fegato a un colabrodo - che magari uno preferirebbe una dose massiccia di superalcolici, se il risultato finale dev'essere quello. Potrei quasi pensare che mi farei più volentieri un'overdose di whisky liscio piuttosto che pensare alle cinque ore di treno (più i quarantacinque minuti di ritardo) in un giorno per mezz'ora in segreteria studenti, se non fosse che il whisky mi fa schifo e comunque sono mesi e mesi e mesi che non bevo più di uno spritz - sì, insomma, dicevo, raccontare cose inutili e inutilmente irritanti, rielaborarle, rovesciarle, seppellirle sotto strati e strati di ironia feroce almeno nelle intenzioni, è questo che ho provato a fare, ma dopo poche righe, posta davanti alle due Domande Scomode per eccellenza, vale a dire a chi cazzo credi che interessi? e non penserai mica di avere uno stile? ho chiuso il blocco note e mi sono ritirata sconfitta.
Com'è che si dice, ho perso una battaglia, ma non la guerra.
Insomma, dopotutto tentare di sfogare i nervi a fior di pelle e l'ansia che sale scrivendo invece che ficcando la testa in una scatola di biscotti finché non se ne vede il fondo ha il sapore della sudata vittoria. E certo, è vero che da che mi ricordi ho sempre scritto anche se i tre quarti delle cose ben pochi le hanno lette, ma non ne sono mai stata soddisfatta quanto ora.
Ma perché sono partita dai post sconclusionati e mai finiti? Ah beh, certo, le due Domande Scomode, la rinuncia, il proposito di aspettare qualcosa di intelligente da dire, di evitare un altro post inutile e banale.
Come se questo non fosse inutile o banale, andiamo.
Il fatto è che è tutta la settimana che mi gira in testa, se non altro perché ancora non ne sono venuta a capo. Quindi, cari amici della notte (un cazzo proprio, sono le dieci di mattina, nove e cinquanta se proprio proprio vogliamo esser precisi), mettetevi comodi, oggi vi racconterò della Canzone che Porta Sfiga.
E no, non chiedetevi che canzone è, perché il punto fondamentale di tutto il discorso è che nemmeno io me lo ricordo più.
Ma partiamo dall'inizio: insomma, c'era questa canzone,
(che non è Friday I'm in Love, perché all'epoca la mettevo in repeat elevato alla seconda)
che per un certo periodo, parlo proprio di mesi,
(no, non è Buddy Holly, perché me l'ascoltavo pure in auto, e con che soddisfazione)
ai tempi del mio primo lettore mp3 che teneva cinquanta canzoni ad esser fortunati, quando la priorità assoluta era tenere nello zaino un paio di pile di ricambio perché un quarto d'ora di corriera senza musica equivaleva alla morte civile e cerebrale,
(e non sono nemmeno i Depeche Mode, perché quelli erano più da ritorno a casa in macchina alle tre di notte che da spedizione della morte al Liceo M. alle sette di mattina)
e sicuramente prima che cominciasse ad esserci qualche reale speranza con un certo ragazzo, perché quando questa stupida mania è cominciata ancora non sapevo il suo nome,
(quindi non può essere This Could Be Love, perché quella è arrivata dopo)
insomma, sì, all'inizio del 2006, del meraviglioso 2006, del maledetto e fottuto 2006 c'era questa canzone che tutto sommato mi piaceva, ma che mi costringevo a saltare quando c'era qualcosa che doveva assolutamente andarmi bene perché il caso aveva voluto che da un po'di tempo a quella parte tutte le mattine in cui l'avevo ascoltata si erano rivelate nient'altro che il preludio a una giornata incontrovertibilmente di merda.
E non è che fossi superstiziosa, che non lo sono mai stata in vita mia: ero solo molto adolescente e molto cretina, e c'era qualcosa nell'aria, forse la fine del liceo o una qualsiasi altra specie di luce-in-fondo-al-tunnel che mi sembrava di vedere con un po' di fantasia, insomma, qualcosa nell'aria che mi rendeva ancora più stupidamente felice.
O più felice della mia stupidità, vedete voi.
Bene, quale fosse la Canzone che Porta Sfiga non me lo ricordo proprio più, e sì che ne ho cercato le tracce dovunque. Nei vecchi post, sui vari quaderni e blocchi e foglietti che riempivo di disegni e citazioni e viaggi mentali, sul diario di quinta superiore, nei cd che ho fatto quello stesso autunno quando mi era ormai passata la mania; e non ho trovato niente.
E sì che io sono una di quelle persone con una memoria talmente ossessiva da ricordare nei minimi particolari cose a cui non ripenso da anni se solo mi ci concentro un attimo su, talmente precisa che in un test a risposta multipla posso dare la risposta giusta a una domanda della quale so soltanto che riguardava il paragrafo posto in basso a sinistra in una pagina con una foto sulla destra.
Quindi, sul serio, ho in testa immagini chiarissime di me seduta in corriera che premo il tasto "avanti" del lettore. E di un giorno di marzo in cui mentre tornavo a casa da scuola ripensando a tutte le piccole cose che erano andate bene mi domandavo se non fosse il caso di ascoltare la Canzone, così, per premiarmi, per esorcizzare. Di quel giorno mi ricordo perfino cos'avevo pensato la mattina appena svegliata e che vestiti avevo scelto nell'ingenua convinzione di sembrare un po'più carina; sul serio, la mia testa funziona così, e non so quanto sia normale.
Per cui, ecco cosa credo sia successo.
Un giorno, finita l'estate, mi sono decisa a riascoltarla pensando che dopotutto non avrebbe fatto poi così male. E da quel momento è tornata ad essere semplicemente una delle tante canzoni che mi piacciono o che mi sono piaciute, si è confusa in mezzo alle altre, ha assunto nuovi significati, si è legata a nuovi ricordi.
Sicuramente è ancora salvata nel mio computer.
Probabilmente in questi tre anni l'ho sentita chissà quante volte, senza mai pensare che qualche tempo prima era la terribile Canzone che Porta Sfiga; e adesso per quanto mi sforzi, per quanto mi arrrampichi sugli specchi delle associazioni mentali, non mi ricordo più qual è.
Dubito che lo scoprirò mai più, a questo punto; e, maledizione, non sapete quanto mi dispiace.
don't wake me I plan of sleeping in.
<$ Il pensiero da treno delle sei e quarantasette del mattino, il primo dopo la procedura standard delle cose da fare quando la giornata comincia tre ore prima del solito, è quanti anni può avere uno che ha vissuto almeno diecimila giorni. Il pensiero da treno delle quattro e sedici del pomeriggio è che se voglio far durare un'altra ora e mezza la batteria esanime del lettore mp3 devo mettere la funzione brani casuali e lasciarla andare senza saltare neanche una canzone. E funziona. Poi, riflessioni sparse. In un viaggio di un'ora e mezza se ne possono fare tante. Alla festa qualcuno ha detto, con un sorriso gentile, che dopotutto non sarebbe così assurdo che io facessi davvero la fotomodella. (ad ogni modo, diecimila diviso trecentosessantacinque fa ventisette virgola tre, nove, sette, due, sei. E' vero, pensavo qualcosa in meno.)
Probabilmente più di quel che credo è la prima risposta. Troppo vaga.
Allora tento di svolgere diecimila diviso trecentosessantacinque a mente per arrivare a un'approssimazione decente, ma è evidente che il mio cervello non si è ancora svegliato del tutto.
Non ho neanche la lucidità sufficiente per prendere il cellulare e fare il conto sulla calcolatrice, ma mi viene in mente lo stesso di prendere il cellulare per scriverci un appunto che mi ricordi tutto questo la sera a casa. Un secondo dopo averlo salvato mi addormento per risvegliarmi una mezz'oretta dopo a Pordenone.
Sulle prime credevo fosse ancora Casarsa; meglio per me.
Sul treno che ho preso prima, quello delle tre e mezza, c'era un tizio che, mioddio. Prendiamo un certo ragazzo all'epoca in cui l'ho conosciuto io, togliamogli ancora uno o due anni e molto probabilmente il risultato sarebbe circa così.
Cose che capitano, la gente si somiglia, io vengo costantemente scambiata per qualcun altro da completi sconosciuti che a volte neanche si rendono conto dell'errore. Ma se un giorno lo incrociassi per strada e non lo riconoscessi, che razza di completa imbecille sarei?
In realtà non ha senso chiedermelo, perché sarebbe praticamente impossibile già incontrarlo per caso dovunque. Ma forse è proprio per questo che ci ricamo su mentre guardo dal finestrino e ascolto canzoni che non posso saltare, altrimenti non potrei permettermi il lusso di immaginarmi una situazione divertente, perché dovrei impiegare il mio neurone più utilmente a non pensarci.
Mi immagino il disappunto di chi leggerà il racconto che sto scrivendo, l'impressione che sia incompleto, e sì, insomma, cosa significa, ce l'ha una morale?
Diavolo, no. E' la vita che non ce l'ha, una morale.
Potrei passare il resto dei miei giorni a fare i conti con me stessa escludendo tutti gli altri, è un sacco di tempo, ma chi può dire che ne otterrei esattamente quel che cerco? Qualunque cosa io possa imparare da oggi al duemilaechissàche non sarà mai tutto quel che mi serve per spianarmi la strada, ma non per questo desisterò dal percorrerla fino in fondo. Non mi spaventa, qualunque essa sia, purché sia solo mia.
Non che questo c'entri molto col racconto che difficilmente qualcuno leggerà, però ci tenevo a dirlo, così, tanto per ristabilire le gerarchie.
Si potrebbe fare, avrei potuto rispondere, purché a scattare le foto fossi sempre io. Ma non mi è venuto in mente, quindi non ho saputo fare altro che abbassare gli occhi mentre la mia faccia assumeva una notevole gamma di sfumature di bordeaux.
Nulla che non si potesse scordare in un minuto, ad ogni modo; semplicemente una delle migliaia di cose a cui bisogna saper dare il giusto peso.
L'umidità mi entra nelle ossa, mi sento come se mi avessero appena gettata in acqua con tutti i vestiti addosso. E questo per pochi minuti a piedi sotto la pioggia, con l'ombrello, un'ora fa. Non si è salvato nulla, nemmeno la rivista dentro la borsa. Penso a vestiti asciutti, scaldamuscoli di lana e coperte. E non so perché ci penso, dato che tutto sommato per un sabato di ottobre nell'estremo Nordest non fa affatto freddo.
Non è ancora sera, manca un sacco di tempo prima di arrivare a casa e già sento il bisogno di dormire. Premo il palmo della mano contro l'occhio destro una, due volte, tre. E' il gesto che faccio quando ho un sonno boia da non resistere un secondo di più.
Chiudo gli occhi, m'immagino che probabilmente li riaprirò verso Sacile, e che da lì in poi ci sarà giusto giusto il tempo per un cruciverba difficile.
On the boundary you don't need my love.
<$ Alright. Non so come cominciare questo post senza sembrare patetica, molto probabilmente perché sono patetica e ancor più patetico sarebbe un tentativo di nasconderlo, quindi bando alle cazzate, lo racconto e basta. Ieri sera. Non avevo particolari motivi per mettermi a correre. Di solito lo faccio quando sono sconvolta o arrabbiata o nervosa, e ieri non ero nessuna di queste tre cose. Però, boh, ero un po' inquieta: sarà stato il buio che cominciava a calare, sarà stato il silenzio quasi totale rotto solo dall'abbaiare indistinto dei cani, sarà stata la strada deserta e troppo lunga davanti a me. Così ho cominciato a correre, un passo dopo l'altro, e come al solito troppo veloce. ...ecco. L'ho ascoltata due volte prima di decidermi ad alzarmi e andar via.
Niente di trascendentale, eh, ho semplicemente alzato il culo dalla sedia che ormai sta diventando una mia scomoda appendice visto tutto il tempo che ci passo a tentare di scrivere la tesi. E, e, e...e sono uscita a passeggiare. Strade sconnesse, i poco bucolici campi friulani, solita roba. Ma l'estate sta finendo (anzi, tecnicamente sarebbe già finita, solo che qua a Udine fa ancora abbastanza caldo. A Udine fa ancora caldo, stupefacente, signori!) e presto sarà troppo buio per fare ancora queste belle cose, e poi, diciamocelo, dopo aver passato l'ennesimo pomeriggio incollata al computer a scrivere la tesi il pensiero di restare un'altra ora chiusa in casa mi faceva orrore.
Ho corso in salita, ho corso finché non mi è mancato il fiato, ho corso fin su in cima, fino al belvedere.
Di solito è pieno di coppiette. Stupidi adolescenti col motorino truccato parcheggiato un po'più in là, già ti immagini la scena da fotoromanzo di serie B, lui che sussurra dolcemente vieni con me, ti porterò in un posto che non dimenticherai mai e lei che rigorosamente senza casco si stringe a lui per paura di cadere e assapora la sensazione del vento tra i capelli. Vecchietti curvi che respirano a fatica, e ti danno l'impressione che una volta seduti su una panchina non si alzeranno più. Altra gente. Gente che ti guarda strano se sei da solo, come se non avessi un motivo altrettanto valido per essere capitato proprio lì.
Ieri sera, invece, non c'era nessuno.
Mi sono seduta sul muretto, è il posto che preferisco. Mi sono seduta e ho guardato il tramonto, e non perché fosse mia precisa intenzione sfidare la malinconia a quel modo ma perché dopo aver corso in salita al di sopra delle mie possibilità avevo la gola che mi bruciava, le gambe che tremavano e anche se avessi voluto non credo che sarei riuscita a rimettermi in piedi tanto facilmente.
Però, però.
C'era una vista pazzesca, i colori del tramonto e la luna alta in cielo da una parte, il buio che avanzava e le luci della città dall'altra. La linea dell'orizzonte, così marcata, così netta, per chilometri.
E poi avevo messo una canzone che sì, insomma,
You're the color, you're the movement and the spin.
Never.
Could it stay with me the whole day long?
Fail with consequence, lose with eloquence and smile.
You're not in this movie, you're not in this song.
Never.
Due volte, anche se non è una canzone da settembre inoltrato.
E' piuttosto una canzone da inverno. Da sera che scende presto, da salotto accogliente e poco illuminato, da riscaldamento acceso. Oppure da fine giornata, da ritorno a qualcosa a cui appartieni, tra lampioni accesi e freddo pungente sulla pelle. E' decisamente una canzone da inverno, ma ieri tutto sommato non ha stonato.
Anzi, mi ha strappato un sorriso.
Un sorriso che si è tramutato in una strana sorta di euforia, mentre tornavo a casa e avevo già cambiato canzone e mi veniva da cantare fino a perdere la voce.
Domattina avrò le ginocchia distrutte dall'acido lattico, pensavo, ma ne sarà valsa la pena.
afterhours. alkaline trio. arctic monkeys. avantasia. bloc party. bright eyes. coldplay. dire straits. dream theater. dresden dolls. franz ferdinand. guns'n'roses. iron maiden. interpol. kate bush. lifehouse. metallica. modena city ramblers. muse. nightwish. nirvana. oasis. pearl jam. pennywise. pink floyd. placebo. radiohead. ramones. sex pistols. ska-p. smashing pumpkins. smiths. sonata arctica. subsonica. system of a down. the bravery. the cure. tool. tori amos. verdena. white stripes. within temptation. yeah yeah yeahs.
To all the ones who tried the most, was I supposed to cheer your efforts? Sorry that I chose so poorly, golly gee am I the poster girl?
(she's the kind of girl who looks for love in all the lonely places. the kind who comes to poker pockets stuffed with kings and aces. she's the kind of girl who only asks you over when it's raining, just to make you lie there catching water dripping from the ceiling.)